L’uomo è la sua terra?

Cisgiordania: guardando ad ovest, verso il mare

Pensiamo ad una terra, con i suoi abitanti che la vivono, la nutrono, la amano. La coltivano. La terra forse non è madre, è matrigna. Ma è generatrice, e nel male e nel bene restituisce ciò che riceve. Attorno ad essa, alle sue condizioni,  ai suoi capricci, gli uomini hanno imparato abitarla; amare non significa forse accettare tutto? Cullati la cullano. Hanno anch’essi iniziato a generare, spiegando ai loro figli ciò che hanno imparato dai loro padri e dai padri dei loro padri,  che così divengono immortali nei loro cuori e nelle loro storie. Tutte le storie degli uomini sono legate al rapporto con la terra  e le sue creature. La terra che era dei padri  sarà dei figli dei loro figli. E morire fa meno paura. L’uomo è la sua terra?

Olivi a Beit Doqqu

Olivi a Beit Doqqu

 

Ci sono delle cose che l’opinione pubblica non comprende, e che invece da qui in Palestina, imparando a guardare e documentandosi, divengono chiarissime. Ad esempio che c’è un luogo comune errato: queste terre erano disabitate, abbandonate o desertiche. Falso. Terribile menzogna. Queste terre erano popolate e ricche prima del 1900, quando c’era la pacifica convivenza religiosa. lo erano nel 1948 e nel 1967, quando ancora uomini di fede ebraica andavano in Palestina a mangiare nei ristoranti arabi e viceversa. E lo sono oggi. Come tutte le aree di questo mondo vi erano e vi sono  caratteristiche a seconda delle zone, dei villaggi e delle famiglie. Non lande povere, ma ricche di famiglie, di cultura, di amore e rispetto per la propria terra. Questo è sopravvissuto ed è evidente ancora oggi. Ogni famiglia palestinese infatti gestisce la propria terra nel migliore dei modi che la tradizione possa insegnare, e pone lo studio e la cultura dei più giovani alla base della società.

la consociazione tra le colture che fruttare la poca acqua delle precipitazioni, utilizzando la stessa superficie per l'olivo e la vite.  Le piante da frutto non vengono lasciate crescere a dismisura, così che soffrano meno la siccità e diano frutti più nutrienti. Nelle case si pratica il compostaggio dei rifiuti organici, che poi torneranno alla terra restituendo i nutrienti che essa ha fornito. Non si richiede alla terra più di ciò che può dare.

Esempio di consociazione tra olivo, vigna e prato inerbito. Questa pratica consente di far fruttare la poca acqua delle precipitazioni, utilizzando la stessa superficie e la stessa acqua per più colture. In questo modo non si intaccano le riserve idriche costituitesi nei secoli. Nelle case si pratica il compostaggio dei rifiuti organici, che poi torneranno alla terra fertilizzandola.

 

Ciò che l’opinione pubblica non comprende è che ne è passata di acqua dal 1948, dal 1967, dal 2001, e che le cose sono andate avanti. Che c’è un torto quotidiano inflitto, e che la “guerra in Palestina”  è la guerra più antica: quella per la terra. Oggi 11 marzo 2009 la nostra “unica democrazia in medio oriente” ha eseguito nuovi mandati di demolizione, e con l’esercito ha confiscato altri terreni. Su questi tra poche settimane arriveranno le ruspe che abbatteranno gli uliveti centenari, dopodiché verranno gettate le fondazioni di nuove colonie, scaveranno pozzi ed continueranno succhiare le falde della Valle del Giordano. Nuovi fortini residenziali nel deserto vengono disseminati, ed autostrade recintate e sorvegliate consentono ai coloni di raggiungere Israele “in tutta sicurezza”, attraversando e dividendo, separando senza soluzione di continuità tutto ciò che si trova sulla loro rotta: le case dalle terre, i bambini dalle scuole, gli ammalati dagli ospedali.

 

biddu

Villaggio di Biddu. Questa colonia israeliana (a sinistra) è stata costruita nel 2004, dopo aver espropriato la terra per ragioni di sicurezza. Durante le quotidiane manifestazioni di protesta per la costruzione della separazione sono stati assassinati 5 giovani palestinesi dall'esercito israeliano. Alle famiglie che hanno coltivato da generazioni queste terre oggi non è consentito attraversare, e sono costrette alla destra della recizione elettrica. Possono solo vedere la loro terra attraverso la rete. Si deve sapere che le manifestazioni di protesta contro la seprazione sono sempre partecipate in maniera congiunta da uomini e donne civili, israeliani e palestinesi insieme.

 

Non so se a guadagnarci di più sono i costruttori, od i fornitori del ferro e del cemento, o forse i politici che avvallano tutto ciò. Nè so se lo scacchiere mediorientale infine sarà coordinato dalla Turchia o spartito dalla Siria con l’Iran, dal Libano, o dall’Egitto con l’Arabia Saudita e la Giordania. Intanto le holding battenti bandiera americana, israeliana ed europea guadagnano dall’avanzata nei territori palestinesi, speculando sulle teste dei loro stessi cittadini (israeliani), fuggendo sempre più in avanti da ogni possibile speranza di Pace.

nuovi insediamente attualmente in costruzione

Nuovi insediamente attualmente in costruzione (12 marzo2009) in territorio palestinese occupato militarmente. Questa foto è stata fatta dal villaggio palestinese di Beit Doqqu. Alle spalle abbiamo Gerusalemme, oltre la collina inizia la periferia di Ramallah.

 

Penso che se siamo cresciuti ed educati alla pietà ed ingiustizia per un martirio,  allora non possiamo negarla ad un altro martirio. Questo è il vero negazionismo. Perciò dobbiamo imparare nutrire un profondo rispetto per la popolazione Palestinese,  perché ha amato la propria terra ma non la potrà lasciare ai propri figli, e non ci saranno storie e gli antenati non saranno più ricordati.  L’uomo è la sua terra  e la nostra democrazia sta operando un genocidio solo perchè può farlo.

 

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Olivi tra Gerusalemme e Ramallah

 

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Quella tenda a Gerusalemme

 

La tenda in cui vive da novembre 2008 è costretta a vivere Fawziya Khurd

La tenda in cui vive dal novembre 2008 è costretta a vivere Fawziya Khurd

Quasi ogni giorno mi reco al Consolato Italiano, e nel percorrere il breve tratto di strada che collega Wadi Joz con Sheik Jarra salta all’occhio una tenda da campo al limite di un piazzale sterrato, circondato dal filo spinato.  Così ho chiesto e subito più persone mi hanno prontamente risposto “ah ma non lo sai?”.

Fawziya Khurd è un’anziana donna che ha il problema di essere araba a Gerusalemme, come il 52% della popolazione di questa città.  Viveva insieme con suo marito dal 1957 fino allo scorso novembre nella propria casa  ai piedi del Mount Scopus, attribuitagli dalle UN come risarcimento dell’espropriazione e demolizione della loro precedente casa, nel quartiere arabo della Città Vecchia; quì ci troviamo a 5 minuti a piedi dal Consolato Italiano ed altri edifici delle Nazioni Unite. 

Alle 3.30 del mattino del 9 novembre 2008 le forze militari israeliane hanno irrotto nel loro appartamento costringendoli alla strada con la forza, senza nemmeno il tempo di poter recuperare alcun oggetto dalla propria casa. Adesso la loro casa è occupata da una famiglia di ortodossi ebraici, che trall’altro ritengono di avere il diritto ad abitare in quella casa perché  ”promessagli da dio”. Ma è dal 2001 che per la famiglia Khurd è iniziato qualcosa che è difficile da capire e, credo, da raccontare.

Tutto è cominciato quando un gruppo di insedianti ha forzato ed occupato metà della casa della famiglia Khurd, mentre questa si trovava in ospedale a causa delle condizioni di salute di lui. Da allora, oltre alla non felice convivenza forzata, sono iniziate battaglie legali costosissime che hanno dimostrato solo la falsità della documentazione degli occupanti. Tuttavia non è stato possibile annullare l’ordine di sfratto emesso nel 2007 motivato dalla documentazione - dimostrata essere falsa lo ripeto - di un presunto atto di acquisto negli anni 60′ di quella casa da parte di un’associazione americana di sefarditi. 

Due giorni dopo questo ultimo folle atto di violenza il marito di Fawzya, che necessitava di cure mediche essendo costretto ad una sedia a rotelle con il catetere, è morto di infarto, o come dicono, di crepacuore. Da novembre Fawziya vive in questa tenda che è stata costruita con il contributo degli internazionali che vivono a Gerusalemme per lavoro, affittando lo spazio adiacente la sua casa, e con il lavoro di amici e parenti. Ma le ruspe della municipalità hanno raso al suolo la tenda. Così è stata ricostruita. E demolita di nuovo. Questa che vedete in foto è la sesta tenda in 3 mesi. 

 

Non mi voglio soffermare ulteriormente sui dettagli di questa storia, perchè basta copiare/incollare “Fawziya Khurd” in google per ottenere molta letteratura in proposito. 

Io personalmente ho provato ad avvicinarmi, ad “entrare”, per conoscere fatti e persone. Devo dire che mi sono dovuto fare coraggio, soprattutto per affrontare la vergogna, la vergogna di fermare la macchina ad un lato della strada ed attraversare a piedi quel piazzale verso l’“accampamento”. Mi sono reso conto di quanto è’ facile ascoltare, farsi raccontare e commentare dall’esterno ciò che avviene, finché non ci si prova a compromettere in prima persona. Non mi sentivo pronto né degno, “con quale faccia” mi dicevo  “posso affrontare serenamente persone dal vissuto così traumatico rispetto al mio?”. E… e sono stato accolto, nella tenda, da tutti. Mi è stato offerto da sedere, da mangiare e da bere. Ho trascorso una serena mezz’ora. Ho capito che la vergogna che provavo era la paura di scoprire chi o cosa vi fosse nella tenda, di comprendere con i sentimenti che cosa fosse successo. Pensavo di trovare il dolore  o la durezza di chi è stato privato di quanto più caro aveva, ed invece ho avuto ospitalità. L’ospitalità di Fawziya, dei suoi sorrisi, e quelli dei giovani palestinesi che le stanno vicino, dei  ragazzi danesi o della giornalista tedesca che ha portato i fiori che ora sono al centro della tavola. Nessuno la lascia da sola, anche la notte fanno i turni per dormire, per evitare che i bulldozer la sorprendano in solitudine. C’è sempre qualcuno che tiene acceso il fuoco per il riscaldamento, o che rattoppa il telo per chiudere gli spifferi.

Sono entrato rosso dalla vergogna, sono uscito colmo di gratitudine. 

spontaneamente chi può contribuisce con il lavoro

spontaneamente chi può contribuisce con il lavoro

rotto il muro dell'indifferenza l'ambiente è caldo ed accogliente, nonostante dramma del lutto e della perdita della propria casa.

rotto il muro dell'indifferenza si entra e l'ambiente è piacevole ed accogliente, nonostante il dramma del lutto e della perdita della propria casa.

 

Dato che non è pensabile che io passi la notte nella tenda, ho pensato di contribuire anche io, se non altro per ricambiare l’ospitalità. Così sono tornato 2 giorni dopo  con alcune casse di bevande fresche ed un pacco da 2 kg di biscotti della nota pasticceria “Eiffel” di Ramallah. Inoltre ho pensato che potessero essere utili  diversi rotoloni di scotch da imballaggio ed un rocchetto di spago da cantiere… materiale da costruzione!

Nel frattempo le cause legali vanno avanti. Io penso che appena possibile tornerò a salutare nei prossimi giorni.

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A Betlemme

Il progetto per cui ufficialmente mi trovo quì stenta per il momento a trovare le condizioni politiche che spero si possano risolvere al più presto. Nel frattempo cerco di non perdermi d’animo focalizzando l’attenzione su attività in apparenza collaterali ma che potrebbero risultare utili in futuro.  Ad esempio ho iniziato a studiare l’arabo, oppure cerco di girare il più possibile appena ne ho l’occasione, per conoscere gli attori e le attività delle tantissime iniziative sociali che si svolgono al di qua ed al di là del muro di separazione. Sabato sono stato a Betlemme, per osservare un workshop dedicato ai giovani sulla prevenzione dalle droghe. Sembra assurdo, ma uno dei problemi che maggiormente affligge i giovani palestinesi è la tossico dipendenza. L’emarginazione sociale e l’annullamento delle prospettive causate dal muro rende queste generazioni preda facile degli spacciatori che offrono lo sballo. Lo scopo del workshop è stato coinvolgere questi ragazzi in un corso di fotografia e video, e realizzare delle interviste per la realizzazione di un video da mostrare poi nelle scuole. 

 

La comunicazioine è strumento di dialogo e libertà, ma può contribuire anche a diffondere le menzogne. I ragazzi imparano le basi della produzione video.

La comunicazione è strumento di dialogo e libertà, e può servire a rompere l'isolamento. Ma può servire anche a diffondere le menzogne. I ragazzi imparano le basi della produzione video.

 

E’ stata un’occasione anche per dare uno sguardo rapido a Betlemme, dove non ero ancora mai stato. E’ davvero il paesino del presepe, e certo il flusso turistico c’è e mostra i suoi effetti… probabilmente positivi. C’è la chiesa della natività, anzi 2: una dei cattolici, l’altra degli ortodossi.

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Freddo, pioggia, grandine, prevista neve

Incredibile pensare che anche qui possa fare così freddo. C’è un vento pazzesco e cadono raffiche di grandine. Non pioveva dallo scorso aprile, e se da un lato c’è la sensazione di sollievo per questa terra assetata, dall’altra le strade sono fiumi in piena che trascinano di tutto.

pioggia

piove a Gerusalemme...

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Da Roma a Gerusalemme

La sorpresa nel ritrovare un gusto così forte quanto dimenticato è durata diversi secondi, sufficienti a mandar giù più della metà del contenuto dello spesso bicchiere. Il “lemon-nana” come lo chiamano qui, è una specie di sorbetto al limone della consistenza di un denso frappè, ma ricco di pezzettini di foglie fresche di menta tritata. E’ la specialità locale che mi fu consigliata la prima volta qui a Gerusalemme, mentre aspettavo che mi venissero a prendere alla terrazza-giardino del Jerusalem Hotel. Dalla copertura di cannucce spuntano lanternine in terracotta forate da barocche decorazioni arabesche, e l’arredamento è costituito unicamente da sedie e  tavolacci che conferiscono a questo luogo l’aspetto di una veranda decadente. Eppure la terrazza del’ Jerusalem Hotel bene sintetizza una delle tante facce di Gerusalemme. Posizionato ad un centinaio di metri da Damascus Gate, la porta più grande della città vecchia, che dà accesso diretto al quartiere arabo, rappresenta uno dei limiti teorici ed emozionali che oggi separa Gerusalemme Est da Gerusalemme Ovest. Difficilmente un taxi preso nella zona ovest vi porterà verso est oltre al Jerusalem Hotel; così anche gli sherut (taxi collettivi) che partono da Tel-Aviv per accompagnare i clienti in qualunque albergo di Gerusalemme, considerano il Jerusalem Hotel l’ultima fermata oltre la quale non si va. Da lì in poi si deve cambiare mezzo, ad esempio un pulmino “verde” oppure un altro taxi, tanto che nello spazio antistante si è sviluppato un vasto parcheggio-capolinea di pulmini verdi e taxi con autisti arabi.  Eppure non ci sono muri o check-point. E questo nonostante la tanto “conclamata” riunificazione di Gerusalemme.

E’ probabilmente per questo suo carattere di “frontiera nella città” che la terrazza-giardino del Jerusalem Hotel è diventato il punto di incontro ideale per cittadini israeliani e stranieri di qualunque fede, giornalisti, cooperanti internazionali,  turisti autonomi, artisti e musicanti. Qui   la connessione internet senza fili è libera e gratuita, ed è possibile ordinare da mangiare e da bere, alcolici compresi, fumando un ottima ashisha aromatica. Insomma per dirla con un esempio cinematografico  è “la taverna spaziale”.

Da quella mia prima volta sono seguite molte altre volte, tanti appuntamenti di lavoro o di amicizia vengono fissati al Jerusalem Hotel, sempre in compagnia dei bicchieroni di lemon-nana o di una Taibeeh, la birra bionda prodotta nell’omonima città palestinese. Sì esatto, palestinesi che producono birra. 

E così anche stavolta, di arrivo da Tel Aviv, mi sono fatto lasciare quì dallo sherut, Nell’attesa che mi vengano a prendere mi sono accomodato, trascinandomi per la breve rampa di scale con la pesante valigia, ad uno tavolini centrali della terrazza, lasciandomi sprofondare nella sedia troppo bassa. L’odore dolce della fumeria di quattro arabi che dialogano, qualche nord europeo solitario che legge un libro, un giornalista che tutto preso con la scrittura del pezzo ha lasciato freddare il tè che ora non è più fumante. E’ questo il contesto in cui il gusto esplosivo e rinfrescante del Lemon-nana mi ha  colto alla sprovvista, facendomi con inquietudine pensare che se un sapore torna familiare vuol dire che allora si sta cominciando a sviluppare per un dato luogo o paese un certo senso di appartenenza. Chissà, per come vanno le cose al mondo,  forse un giorno lo faranno saltare in aria. 

L’arrivo è stato quasi regolare, con i soliti interrogatori di controllo in ingresso a TelAviv. Peccato soltanto aver scambiato un agente della sicurezza in borghese per un venditore di automobili in affitto interessato a piazzarmi una macchina! Questo scherzo mi è costato un’ulteriore perquisizione approfondita (del bagaglio) in una stanzetta isolata, al termine della quale ho dovuto firmare una dichiarazione in cui sostenevo di non aver subito alcun danno o pressione nel corso del controllo. 

 

questo lo spettacolo ogni sera... prima di andare a dormire.

questo lo spettacolo ogni sera... prima di andare a dormire.

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Genesi.0

Cosa mi spinge ad aprire un blog? Le motivazioni le scrissi 2 anni fa ed ora non le ricordo più. Le dovrei andare a cercare sul pc che usavo in quel periodo. Il fatto è che nel frattempo se ne sono aggiunte di nuove, e magari con il tempo riuscirò ad raccontarle.

Il problema è, lo premetto, che ho una paura folle di scrivere ancorando il pensiero alle parole, mentre sento che lui ha bisogno di fluire evolvendosi, a volte provocatorio ed altre proponendosi  per opposti. Sì lo so, è un pensiero indubbiamente socratico. 

Intanto provo ad inserire un’immagine… poi chissà cosa seguirà

 

forse dovrei dire: "sono io" ?.

ecco dovrei dire: "questo sono io"

 

 

 

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